Perché la Russia non applica a Greenpeace il modello Snowden
Nel 1986, dopo Chernobil, Greenpeace fu autorizzata nel clima della Glasnost ad aprire un ufficio a Mosca. E fu una storica avvisaglia di apertura pluralista in un sistema in cui vigeva ancora formalmente il partito unico. Ma forse con una punta di equivoco, o più di una. Da una parte, infatti, il 10 luglio dell’anno prima la Rainbow Warrior, nave ammiraglia della flotta di Greenpeace, era stata affondata da agenti francesi nel porto neo-zelandese di Auckland, per impedirle di compiere azioni di disturbo contro i test nucleari disposti dal governo di Parigi nell’isola di Mururoa.
22 AGO 20

Nel 1986, dopo Chernobil, Greenpeace fu autorizzata nel clima della Glasnost ad aprire un ufficio a Mosca. E fu una storica avvisaglia di apertura pluralista in un sistema in cui vigeva ancora formalmente il partito unico. Ma forse con una punta di equivoco, o più di una. Da una parte, infatti, il 10 luglio dell’anno prima la Rainbow Warrior, nave ammiraglia della flotta di Greenpeace, era stata affondata da agenti francesi nel porto neo-zelandese di Auckland, per impedirle di compiere azioni di disturbo contro i test nucleari disposti dal governo di Parigi nell’isola di Mururoa. Greenpeace era dunque percepita come un’avversaria delle armi atomiche occidentali, e organizzazioni del genere negli anni della Guerra Fredda erano state tradizionalmente considerate dal governo sovietico come “compagnie di strada”. Quando non erano state create apposta dai comunisti filo-sovietici come strumento per attrarre persone non necessariamente allineate con l’ortodossia ideologica marxista-leninista. Dall’altra parte, però, anche nell’Europa Orientale – in genere in quegli anni finali del modello comunista – l’ecologia veniva usata come pretesto per iniziare a svolgere attività politiche indipendenti che altrimenti sarebbero state represse.
A 26 anni di distanza, è un nodo che sta venendo al pettine nella durissima linea di scontro che la Russia di Putin sta assumendo sul caso dell’Arctic Sunrise: il rompighiaccio di Greenpeace con a bordo 28 attivisti e due giornalisti che il 18 settembre hanno tentato di arrembare una piattaforma della Gazprom nel Mar della Pechora, per protestare contro l’estrazione di petrolio nell’Artico. Non solo la Guardia Costiera russa è intervenuta per arrestare i 30 dell'equipaggio appartenenti a 16 nazionalità diverse, compreso l'italiano Cristian D’Alessandro. Non solo è stata minacciata nei loro confronti la condanna per il reato di pirateria (che potrebbe tenerli in carcere anche per 15 anni). Non solo i familiari si lamentano per le condizioni di detenzione. Adesso si è iniziato a parlare della possibilità di accuse anche per “altri delitti gravi”, in particolare la detenzione illegale di sostanze stupefacenti. Dopo gli iniziali sospetti sul fatto che la droga potesse essere stata fatta ritrovare di proposito dagli inquirenti russi, adesso la linea ufficiale di Greenpeace è che si starebbe utilizzando in modo pretestuoso la presenza a bordo di sostanze medicinali prescritte dalla stessa legge della Norvegia, sotto la cui bandiera il rompighiaccio è immatricolato. In particolare, si tratterebbe di morfina e semi di papavero.
Greenpeace, si sa, è abituata a scontrarsi con governi e multinazionali. La stessa Arctic Sunrise, che ironicamente prima di essere acquistata e “riscattata” dall’organizzazione era stata una nave che fungeva da appoggio per attività oggi aborrite come la caccia alle foche o la costruzione di piste di atterraggio nell’Antartico, nel corso della sua storia era stata ad esempio investita da una baleniera giapponese, aveva tentato di bloccare i test Usa “Star Wars”, e aveva condotto proteste anche in Scozia e in Canada. Ma mai era stata oggetto di un’opposizione tanto dura in modo aperto: ovviamente l’attentato di Auckland era più duro ancora, infatti fu un’operazione coperta, che una volta portata alla luce aveva scatenato uno scandalo. Il modo in cui il direttore esecutivo di Greenpeace International, Kumi Naidoo, ha scritto al presidente russo Vladimir Putin per chiedergli un incontro e offrendo addirittura la sua carcerazione pur di ottenere il rilascio dei 30 detenuti, sembra tradire un certo disagio. E anche la sorpresa derivante dal fatto di intavolare una trattativa con un avversario che per la prima volta non sembra intimorito dall’aura di “sacralità” che nel mondo occidentale tutela i militanti ecologisti e impedisce spesso ai governi di intervenire contro di loro in modo troppo muscolare.
Tuttavia il paradosso è che tutto ciò avviene mentre colui che ha denunciato lo spionaggio Usa, Edward Snowden, si trova in Russia. Membro dei Brics, la Russia è un’economia emergente che la scarsa trasparenza del sistema politico e la pesante dipendenza dalle materie prime rendono particolarmente esposta al tipo di problemi che un’organizzazione come Greenpeace denuncia. Allo stesso tempo, come ricorda il suo ruolo nella crisi siriana e appunto il caso Snowden, ha ereditato dall’epoca sovietica un ruolo di antagonista geopolitico degli Stati Uniti, che può indurre indulgenza in un tipo di opinione pubblica che appunto ancora considera il modello occidentale come il principale problema del pianeta. Tecnicamente, Greenpeace non ha mai fatto di queste distinzioni. Ma in pratica era sempre stato l’Occidente un suo bersaglio privilegiato: un Occidente forse inquinatore, guerrafondaio, dilapidatore di risorse, ma dove vigono lo Stato di diritto e il garantismo. Quel che sta accadendo all’equipaggio dell’Arctic Sunrise è un esempio di quel che può accadere se certe forme di contestazione all’Occidente le si va a fare dove Occidente non è.